ENZO FAVATA THE CROSSING

Una vera e propria band, guidata da Enzo Favata, musicista di grandissima esperienza che per l’occasione ha voluto coinvolgere alcuni dei più grandi talenti del jazz italiano.

Un’esperienza che si è consolidata in anni di concerti e tour in Italia e all’estero e concretizzata in un album pubblicato nel 2021 da Niafunken.

The Crossing, inteso come attraversamento, passaggio, un nome che racchiude i diversi stili che si fondono nella musica di questo quartetto. Già dal primo ascolto lo sguardo al jazz prog degli anni ’70 assume un suono contemporaneo ed originale in un trafficato incrocio sonante, dove autostrade elettroniche si intersecano con piste desertiche, ipnotiche ritmiche etiopi ed assordanti strade metropolitane. A guidare, Enzo Favata, da 30 anni sulla scena jazz internazionale musicista creativo e produttore, definito dalla stampa inglese “maverick” che ha scelto al suo fianco Pasquale Mirra al vibrafono e marimba midi, Marco Frattini, batteria e percussioni e Rosa Brunello, basso e contrabbasso. Favata ha voluto curare con particolare attenzione la produzione artistica dell’album, senza però rinunciare alle dinamiche e all’interplay live tipici del jazz. Il risultato è un suono contemporaneo, che guarda alla tradizione come fondamento, per poi svilupparsi in innumerevoli direzioni. Il jazzista sardo racconta così la nascita del disco: “The Crossing oltre al titolo dell’album è anche il nome della band che avevo in mente di costituire da molto tempo. Per scrivere e creare la musica anche con l’elettronica, avevo bisogno di trovare dei jazzisti che avessero un nuovo modo di porsi nel trattare i materiali musicali, che fossero liberi, padroni del jazz e di altri linguaggi. L’equilibrio ed il grande intreplay che si è creato dopo varie tournée con Rosa Brunello, Marco Frattini e Pasquale Mirra, è quello di una vera e propria band e lo si sente sul palco, con passione, affiatamento e il grande virtuosismo deimusicisti coinvolti. Ho deciso di riportare un’atmosfera live direttamente dal palco sull’album, passando dallo studio solo per aggiungere alcune parti dell’arrangiamento con tastiere analogiche che hanno caratterizzato il suono degli anni ’70 coinvolgendo altri musicisti in sala di registrazione, per creare dei piccoli camei orchestrali inseriti negli arrangiamenti. Una scelta creativa che ha aggiunto quel sapore di attraversamento temporale e di genere. Quattro brani su sei sono stati registrati nell’estate 2020 durante un tour in Italia, in studio sono state fatte registrazioni addizionali lasciando totalmente l’energia del live. Scrivere parti aggiuntive su di una forma già prestabilita, mi ha dato modo di espandere e centrare maggiormente il progetto discografico, un ambiente sonoro che ha visto oltre ad i nostri strumenti: synth analogici vintage degli anni ’70, chitarre elettriche, organi analogici, voci utilizzate come strumento, parti orchestrali ed un quartetto d’archi, insieme a strumenti inusuali.

Per questo mi sono avvalso di straordinari ospiti come Salvatore Maiore, Marcello Peghin, Maria Vicentini, Ilaria Pilar Patassini e la virtuosa dello guzheng, la cinese Zhan Qian, con cui ho tenuto dei concerti in Cina e che ha inciso la sua parte in uno studio di Nanchino. Nella sessione in studio nel febbraio 2021 abbiamo registrato due brani, “For Turiya” di Charlie Haden, un omaggio ad uno dei musicisti più poetici del jazz ed un brano nuovo molto elettronico e potente nato da un’idea comune del nostro collettivo dal titolo emblematico “Black Lives Matter” dove insieme al quartetto, idealmente, rappano Malcolm X, Fela Kuti e Steve Biko: il messaggio del brano ricorda che il razzismo è un problema mai risolto. La traccia passa dal caotico e contemporaneo paesaggio metropolitano, con una dinamica drum&bass, verso l’Africa felakutiana.”

L’album si apre con “Roots”, brano di Ian Carr’s Nucleus, leggenda del jazz rock inglese degli anni ’70 e lo spirito creativo di quel periodo è presente come un richiamo nel disco,rispetto alla versione originale, Favata ha creato un nuovo arrangiamento inserendo  parti orchestrali e è  per quartetto d’ archi insieme alla voce ed  ai suoni dei synths analogici  Tra questi il. Theremin, che nell’album spesso  fa sentire la propria voce spesso come una sorta di filo conduttore. 

“Turn” è invece un brano già presente nel repertorio di Favata, che utilizza principlamente il sax soprano, con diversi interventi di strumenti elettronici, tastiere e organi vintage, theremin e synth analogici. “Salt Way” ci porta in un “quarto mondo” sonoro, per citare Brian Eno e Jon Hassel ma anche Mulatu Aststke e la musica etiope , con cui favata ha collaborato più volte . “For Turyia” rimarca le radici jazz di questo progetto, con il classico di Charlie Haden dedicato ad Alice Coltrane. “Un brano che conosco bene da tanto tempo” racconta Favata “con The Crossing ho trovato un altra via per interpretarlo attraverso l’uso dei synth e dei live electronics ed il risultato è stato come reinventarlo”.

“Oasis” chiude la versione digitale e CD dell’album (il vinile avrà contenuti bonus inediti) ed è una traccia ipnotica in cui Favata sceglie il clarinetto basso per esplorare scale etiopi, in un crescendo che si sviluppa 12 minuti, Favata dice “negli album prog e psychedelic degli anni 70 ricordo spesso brani che coprivano un intera facciata, ho voluto ricreare quell’effetto e sicuramente nella versione in vinile di The Crossing sarà perfetto .

“Oasis” chiude la versione digitale e CD dell’album ed è una traccia ipnotica in cui Favata sceglie il suo secondo strumento, il clarinetto basso, per esplorare scale etiopi, in un crescendo che si sviluppa in 12 minuti, da gustare tutto di un fiato come le vecchie facciate intere degli LP anni ’70 .

Un altro elemento che guarda ai classici è la cura quasi maniacale con cui è stato registrato e mixato il suono di un disco apparentemente difficile, vista la sua natura live sul palcoscenico, Favata voleva ricreare un ambiente ed un sound tipico delle grandi produzioni prog e psichedeliche degli anni ’70, utilizzando strumenti originali dell’epoca, mixer, compressori ed effetti analogici. Per

questo compito ha chiamato Alberto Erre, senior sound engineer, (in 40 anni dui attività ha praticamente assistito tutti nel live Sardegna, da Ray Charles a Miles Davis ecc…) grande conoscitore dei filtri analogici, il suo studio Rockhouse  è un autentico tuffo tra ipertecnologico e passato vintage, qui il fonico sardo ha creato  un colore molto caratteristico al sound, un muro di suono caldo ed avvolgente è un risultato  difficilmente raggiungibile con i nuovi sistemi digitali. 

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